sabato 19 agosto 2017

Segnalazione "L'obelisco dei divoratori" di Gianluca Villano

Segnalazione "L'obelisco dei divoratori" di Gianluca Villano


Bentornati nel mondo di Logren Arbor! Dopo avervi presentato "Il divoratore d'ombra" (articolo di ieri), ecco il secondo capitolo dell'appassionante saga epic fantasy creata da Gianluca Villano: "L'obelisco dei divoratori". Pronti per questo nuovo viaggio?




Titolo: Saga della Corona delle Rose – L’Obelisco dei Divoratori Vol.2
Autore: Gianluca Villano
Editore: Youcanprint
Genere: Fantasy Epico
Pagine: 326
Prezzo: 18,00 €
ISBN: 9788892654747

Trama: Dopo la rivelazione del vero Profeta e la distruzione di Muelnor, il mondo di illusioni e menzogne creato dall'Haor crolla progressivamente. La guerra all'Haorian non può più essere rimandata. Logren, così come il capitano Pellin e i seguaci della Nuova Dottrina si preparano allo scontro finale. Dentro se stessi dovranno trovare la fede per sperare nel sostegno di Horomos e il coraggio per affrontare l'Iniquo.

Disponibile su tutti gli store di libri (Amazon, Youcanprint).


«Logren! Logren, dove sei?».     
Era affacciata sull’orlo dell’abisso, su uno sperone di roccia che spuntava da una parete priva di appigli sicuri; la donna si stringeva le gambe al petto, cercava di tenersi il più lontana possibile dal baratro, ma non sembrava una sprovveduta: il suo corpo irradiava una luminescenza candida e ovattata che s’adombrava man mano che sfiorava le tenebre circostanti; indossava abiti leggeri e ariosi, la forma del suo corpo era elegante, ispirava grazia e gentilezza. Come c’era finita in quel guaio? 

Logren lanciò uno sguardo più attento, ma non riuscì a scorgere sentieri che giungessero fino a lei, né scale, né corde; non sembrava ferita e non c’erano segni di frane. Era prigioniera e non sembrava accorgersi delle scure bestie che le si avvicinavano da tutte le direzioni: sembravano umanoidi dal corpo di pietra, con riflessi argentei prodotti dal baluginio di lampi lontani; si spostavano in modo scomposto e disarticolato, come se non avessero il pieno controllo del corpo. Logren non aveva mai visto niente del genere, nemmeno nei suoi incubi più spaventosi!
«Devi salvarla!» esordì una voce. 
“Chi ha parlato?”. Ancora una voce femminile, ma più autorevole e non proveniva dal baratro; si girò intorno, ma non riuscì a vedere nessuno. 
«Tu solo puoi aiutarla!» aggiunse.
«Perché?!» gridò Logren, continuando a guardarsi intorno, con il cuore che prese a battergli forte. «Chi è che mi parla?!». 
«Aliendar!» urlò la donna nel precipizio, con tono implorante. 
“Aliendar… profeta” si ripeté Logren, ricordando le parole di Nahily, la giovane e bella Debenlore che lo aveva accolto al risveglio nella casa di Miitha. Poteva essere lei, laggiù, ma non poteva esserne certo; a ogni modo doveva raggiungerla, e al più presto! Ma Logren si trovava sul versante opposto, poteva percorrere tutto il ciglio del baratro fin sopra di lei, ma da quel punto li separavano più di dieci metri di parete liscia. “Se solo ci fosse il Bianco Rapace...”. Alzò lo sguardo verso l’alto, il cielo era livido di tempesta e le nubi si muovevano veloci in un misterioso universo d’oscurità. Ma dov’era finito? Cos’erano quegli ammassi gonfi dalle trame cupe che lo sovrastavano? Tra quegli spazi sconfinati sperò d’intravedere raggi sfolgoranti, ma lo sguardo sfociò nel vuoto di un buio vorace e freddo. Era solo! 
“Il Sigillo!” aveva il Sigillo dell’Unicorno! Si guardò la mano sinistra e si accorse che il bracciale-guanto di Handrya, la Levatrice dell’Asher, stava scomparendo. 
«Logren?! Ti prego, ho paura» disse la donna con voce supplichevole, portandosi le mani davanti agli occhi per non vedere, forse consapevole di ciò che stava per travolgerla. 
“Ti prego” quell’invocazione… Nahily; lei aveva usato quelle parole, in un tempo non troppo lontano. Doveva farsi venire un’idea, ma evitò di perdere lo sguardo tra le vertiginose propaggini; credeva di aver superato quella paura, lui e il Bianco Rapace avevano sorvolato per ben due volte l’abisso, nel Pozzo Imbuto e dalla piattaforma del Tempio degli Adoratori, eppure le gambe gli tremavano ancora, aveva la netta sensazione che il vuoto lo volesse afferrare per trascinarlo nel baratro. 
Fissò le forme che risalivano dal nulla e le riconobbe, in un’improvvisa e misteriosa rivelazione: Divoratori, e a centinaia! Sbucavano da cupi anfratti nelle pareti e si muovevano con la stessa determinazione dei ragni; le erano quasi addosso. 
Lui era il Profeta! Era il solo in grado di salvarla, ma allora perché si sentiva così impotente? Non poteva continuare a esitare o l’avrebbe persa per sempre senza scoprire chi fosse davvero. 



Biografia dell’autore: conosciamo Gianluca Villano.
Tutto ebbe inizio all’età di 10 anni, quando frequentavo la quarta elementare: rimasi rapito dal cartellone pubblicitario di un film che si proiettava al cinema (La foresta di smeraldo). All’inizio fu come un gioco, scrivere racconti dove io ero il protagonista, dove potevo sognare di avventure e imprese folli e fare l’eroe, poi scrivere divenne una parte essenziale della mia vita, una necessità, un bisogno, un modo incredibile per liberare la fantasia.
Aprile 1996. Pubblicati Articoli su rivista fantasy nazionale Kaos (n°35): “Arachin, Signore dei Ragni”, “La progenie del caos: Bakland e Sorkron”.
Agosto 2002. Pubblicato romanzo fantasy “La Rosa dei Nirb”, edito da I Fiori di Campo (Pv).

Giugno 2003. Poesia “La Rosa e le spine”, pubblicata su Antologia Poesie del Nuovo Millennio, edito da Giuseppe Aletti Editore (Rm).
Novembre 2003. Poesia “Il Bacio di un Angelo”, pubblicata su Antologia Premio Pablo Neruda 2003, edito da I Fiori di Campo (Pv).
Dicembre 2003. Poesia “A Valentina”, pubblicata su Antologia Tra un fiore colto e l’altro donato, edito da Giuseppe Aletti Editore (Rm).
Dicembre 2003. Scheda biografica inserita nell’Enciclopedia dei Poeti Italiani Emergenti, edito da Giuseppe Aletti Editore (Rm).
Aprile 2005. Romanzo fantasy “Il Muro d’Ombra”, edito da I Fiori di Campo (Pv)
Ottobre 2008. Pubblicazione romanzo fantasy “Il Sigillo dell’Unicorno”, edito da Il Filo (Rm).
25 Ottobre 2009. Giardini Naxos. Menzione d’Onore a Il Sigillo dell’unicorno conferita dall’Accademia Internazionale Il Convivio, Premio “Poesia Prosa e Arti Figurative 2009”.
Febbraio 2016. Pubblicazione romanzo fantasy “Il Divoratore d’Ombra”, primo volume della Saga della Corona delle Rose, edito da Youcanprint.
2016. Pubblicazione racconto horror “Il Segreto del Cobra”, primo volume della Saga di Cobra, edito da Youcanprint.
Marzo 2017. Pubblicazione romanzo fantasy “L’Obelisco dei Divoratori”, secondo volume della Saga della Corona delle Rose, edito da Youcanprint.

Luglio 2017. Pubblicazione racconto horror “Transilvania”, edito da Youcanprint.

venerdì 18 agosto 2017

Segnalazione "Il divoratore d'ombra" di Gianluca Villano

Segnalazione "Il divoratore d'ombra" di Gianluca Villano


Bentornati, lettori! Oggi vi presento "Il divoratore d'ombra", romanzo epic fantasy di Gianluca Villano, primo capitolo della saga della Corona delle Rose, che ci terrà compagnia anche domani con un secondo articolo, dedicato al secondo libro. Iniziamo intanto a conoscere il mondo creato da Gianluca Villano e i suoi divoratori!


Titolo: Saga della Corona delle Rose – Il Divoratore d’Ombra Vol.1
Autore: Gianluca Villano
Editore: Youcanprint
Genere: Fantasy Epico
Pagine: 272
Prezzo: 15,00 €
ISBN: 9788893325240

Disponibile su tutti gli store di libri (Amazon, Youcanprint).


Trama: Crios e Logren sono amici d’infanzia, cresciuti insieme nell’Asher, il vecchio asilo delle Levatrici. Crios, il giovane Oblato, è vigoroso e bello, sta per essere consacrato, attraverso una Cerimonia Solenne, come Divoratore d’Ombra, mentre Logren, mite, sensibile, ha una grande interiorità che rischia di farlo vacillare tra raziocinio e fantasia. Ma sarà solo l’immaginazione di Logren a fargli vedere cose che gli altri non riescono a percepire? Sarà la fervida fantasia a fargli avere sogni e visioni tanto intense e vivide da turbarlo anche nella veglia? Coinvolti in mirabolanti avventure e misteri soprannaturali, i due protagonisti scopriranno l’inesorabile fato che avanza.

“Il Vento Ancestrale” 
Il Vento scese dalle montagne e si propagò nella valle ricoprendo una vegetazione adombrata dal crepuscolo; il passaggio fugace e devastante di una tempesta d’inizio autunno aveva incupito un paesaggio altrimenti maestoso; complici le nubi, compatte e ancora livide, i colori erano smorti e opachi mentre specchi d’acqua, come polle di un acquitrino, disseminavano la distesa erbosa; una leggera bruma sembrava voler cancellare ogni traccia di quel mondo, ma per ora riusciva soltanto a velarlo di mistero.  
Solcando il terreno a ridosso di lievi alture, diradandosi e quasi svanendo sopra gli avvallamenti, il Vento sfiorò le propaggini di una città incastonata nel sottosuolo: c’erano ponti, ballatoi, archi fittissimi e piazzole sorrette da pilastri; ma all’altezza del terreno spuntavano soltanto cuspidi e guglie di palazzi dall’architettura spigolosa e tetra: i mattoni che li costituivano erano neri e la malta che li univa, metallo brunito. 
Fiancheggiava quel luogo un’altura coperta da case lasciate all’incuria: assi di legno, muri scrostati e muschio si mescolavano a strutture scricchiolanti e disarticolate; le abitazioni erano così vicine le une alle altre da sembrare fuse insieme; dai pochi tetti a falde scure si delineavano comignoli che vomitavano un fumo denso inframmezzato da riccioli scintillanti, segno che nell’oscurità di una realtà decadente e precaria sopravviveva ancora la vita. Sulla sommità si ergeva un maniero apparentemente abbandonato: nessun baluginio ne rivelava i contorni, nessun movimento ne tradiva la portata della minaccia, perché quel luogo emanava un’aura di gelo più forte di qualunque abisso ghiacciato. 
Abbandonando la bruma ai confini della cittadella, il Vento si avvicinò per esplorarne gli anfratti e i vicoli più reconditi, ma il verso di un rapace attirò la sua attenzione altrove: l’Angelo che l’aveva richiamato dalle alte vette della Dorsale sorvolava la vicina Foresta d’Argento nelle sembianze di un falco dalle candide piume screziate d’argento e sembrava interessato a ciò che stava accadendo nel sottobosco. 
Da quel punto l’aria trasportò l’odore di prede e predatori, la vibrazione della paura e la promessa di un conflitto imminente; il Vento attraversò la pianura tagliando la nube biancastra, s’inoltrò nella fitta vegetazione e dopo poco fu testimone di una scena inattesa: un carro blindato sfrecciava fra gli alberi come se i cavalli fossero impazziti; lo schiocco ripetuto e sconsiderato di una frusta irrompeva nel tramestio di zoccoli e clangori metallici come il susseguirsi dei tuoni di una tempesta troppo vicina. 
Quattro criniere con sfavillanti borchie d’argento nei finimenti incalzavano la via battuta con impeto crescente, quattro ombre nere che sfuggivano a un avversario che non dava tregua; lo fiancheggiavano numerosi cavalieri dalle livree d’un cupo amaranto e aprivano la corsa due figure su destrieri agili e sicuri, cavalcature che il Vento aveva visto nascere dall’incubo ghiacciato delle regioni del nord; coloro che le galoppavano erano demoni travestiti da uomini.

Biografia dell’autore: Conosciamo Gianluca Villano!
Tutto ebbe inizio all’età di 10 anni, quando frequentavo la quarta elementare: rimasi rapito dal cartellone pubblicitario di un film che si proiettava al cinema (La foresta di smeraldo). All’inizio fu come un gioco, scrivere racconti dove io ero il protagonista, dove potevo sognare di avventure e imprese folli e fare l’eroe, poi scrivere divenne una parte essenziale della mia vita, una necessità, un bisogno, un modo incredibile per liberare la fantasia.
Aprile 1996. Pubblicati Articoli su rivista fantasy nazionale Kaos (n°35): “Arachin, Signore dei Ragni”, “La progenie del caos: Bakland e Sorkron”.
Agosto 2002. Pubblicato romanzo fantasy “La Rosa dei Nirb”, edito da I Fiori di Campo (Pv).
Giugno 2003. Poesia “La Rosa e le spine”, pubblicata su Antologia Poesie del Nuovo Millennio, edito da Giuseppe Aletti Editore (Rm).
Novembre 2003. Poesia “Il Bacio di un Angelo”, pubblicata su Antologia Premio Pablo Neruda 2003, edito da I Fiori di Campo (Pv).
Dicembre 2003. Poesia “A Valentina”, pubblicata su Antologia Tra un fiore colto e l’altro donato, edito da Giuseppe Aletti Editore (Rm).
Dicembre 2003. Scheda biografica inserita nell’Enciclopedia dei Poeti Italiani Emergenti, edito da Giuseppe Aletti Editore (Rm).
Aprile 2005. Romanzo fantasy “Il Muro d’Ombra”, edito da I Fiori di Campo (Pv)
Ottobre 2008. Pubblicazione romanzo fantasy “Il Sigillo dell’Unicorno”, edito da Il Filo (Rm).
25 Ottobre 2009. Giardini Naxos. Menzione d’Onore a Il Sigillo dell’unicorno conferita dall’Accademia Internazionale Il Convivio, Premio “Poesia Prosa e Arti Figurative 2009”.
Febbraio 2016. Pubblicazione romanzo fantasy “Il Divoratore d’Ombra”, primo volume della Saga della Corona delle Rose, edito da Youcanprint.
2016. Pubblicazione racconto horror “Il Segreto del Cobra”, primo volume della Saga di Cobra, edito da Youcanprint.
Marzo 2017. Pubblicazione romanzo fantasy “L’Obelisco dei Divoratori”, secondo volume della Saga della Corona delle Rose, edito da Youcanprint.
Luglio 2017. Pubblicazione racconto horror “Transilvania”, edito da Youcanprint.

I suoi contatti: 
Pagina Facebook: saga della Corona delle Rose
Blog dell’autore: Storie di Arbor
Twitter dell’autore



mercoledì 16 agosto 2017

Recensione "Ostilium" di Stefano Mancini

Recensione "Ostilium" di Stefano Mancini

Torna il mitico Stefano Mancini sul blog "i mondi fantastici", e non poteva essere altrimenti dato che ho appena terminato la lettura di "Ostilium", il suo romanzo dark fantasy edito da Dark Zone. Come sempre, un altro ottimo romanzo, ormai non c'è più gusto a commentare i suoi libri, sono tutti belli! :-) 

Scherzi a parte, questo libro è un po' diverso dagli altri di cui vi ho parlato (e che trovate spulciando il blog o cliccando sul tag Stefano Mancini in fondo all'articolo): prima di tutto si tratta di un romanzo autoconclusivo (come Pestilentia, recensito qua), quindi non fa parte di saghe o trilogie, e poi affronta l'argomento dei demoni. Infine, direi, l'atmosfera è abbastanza cupa, anche se non ai livelli di Pestilentia (ambientato in un mondo post-apocalittico): siamo comunque in una situazione di tensione, con gli uomini che vivono alla mercé dei demoni, gli elfi e i nani quasi scomparsi o nascosti.

Nei libri precedenti, l'autore ha parlato di elfi e nani, di uomini e maghi, stavolta il pericolo è rappresentato dai demoni, che vengono da un altro mondo e stanno ovviamente cercando il modo di tornare. Soltanto l'Ostilium li separa dalla nostra realtà (o, quantomeno, dalla realtà in cui vivono i personaggi del libro), un portale creato dagli elfi mooolto tempo prima, quando ancora gli orecchie-a-punta vivevano in questo mondo: con sacrificio e spirito di abnegazione, gli elfi sigillarono il portale, confinando i demoni in un'altra realtà. Troppo bello così? Eh sì, perché l'Ostilium prima o poi si romperà e allora i demoni potranno fare ritorno, a meno che il portale non venga sigillato di nuovo.
"La lotta ai demoni ha richiesto un prezzo elevatissimo. Decine di cercatori che mi hanno preceduto sono morti e io ora rimango l'ultimo depositario di tutta la loro conoscenza. Se fallisco io, non ci sarà più nessuno a portare avanti la nostra missione. Quando Galor è morto, ho visto questi ultimi vent'anni passarmi davanti agli occhi in un istante e ho quasi sentito le anime dei cercatori che mi avevano preceduto gridare il loro dolore e la loro rabbia."
Ecco allora che i nostri protagonisti si mettono all'avventura. E no, non si tratta di un mago e di un aiutante cavaliere, bensì di un oste e di un boia, che presto verranno aiutati da una guida furbetta e scapestrata. Keldrak, l'oste della taverna di Visaara, è molto più di un oste, è infatti l'ultimo membro ancora in vita della setta dei Cercatori, che ha il compito di cercare l'Ostilium per poterlo sigillare nuovamente e scongiurare così il pericolo di un'invasione. In questo viaggio si fa accompagnare dal boia del paese, un uomo taciturno, assieme al quale aveva combattuto anni addietro, quando erano ancora giovani, un boia che forse si è stufato di tagliare teste e svolgere quel lavoro infame e vuole qualcosa di più dalla vita. Per sé, prima di tutto. Il boia, un personaggio positivo, che sorprende persino vedere con quanta dedizione si dedichi alla causa, con quanta generosità d'animo non esiti a mettere in gioco la vita, pur di proteggere Keldrak e permettergli di raggiungere l'Ostilium.


E poi c'è Blythe, il personaggio femminile, istrionico e simpatico, aggiunge quella giusta dose di spensieratezza al viaggio, sebbene in realtà il suo atteggiamento facilone è solo una maschera dietro alla quale si celano dolorosi ricordi. I demoni hanno sconvolto la vita di molte persone nel mondo, e Blythe è decisa a fargliela pagare.

"La vita non è una linea retta, è costellata di bivi e diramazioni. Ogni giorno ci si presenta la possibilità di scegliere una strada invece di un'altra. E sono quelle scelte a determinare il nostro futuro. Quei tre hanno fatto le scelte sbagliate, hanno osato mettersi contro di me e per questo ne pagheranno le conseguenze. La pietà è un sentimento che non comprendo e che lascio ai deboli. Io non ne avrò."
Non sarà un viaggio semplice, come in tutti i viaggi. Ci sono impedimenti, battute d'arresto, equivoci, a volte si incontrano amici e viandanti bendisposti a condividere il cammino, altre volte ci si imbatte in nemici, ostili... demoni! Non mancheranno scontri, violenza e sangue, senza ovviamente scadere in scene splatter, né colpi di scena. Perciò leggete con calma questo libro, assaporatevi ogni pagina, ogni riga, perché la verità non è mai una sola, ha tante facce, quante quelle dell'Ostilium. Pronti per il viaggio? Riempite lo zaino e seguite Keldrak e il boia (che non ha nome!), ma occhio ai demoni. Potrebbero essere già tra di noi! :)

Buona lettura con questo bel romanzo di Stefano Mancini!



lunedì 14 agosto 2017

Promozione Dark Zone: 3x2 su tutto il catalogo!

Promozione Dark Zone: 3x2 su tutto il catalogo!

Per tutta l'estate c'è una bella promozione in corso, lanciata da Dark Zone, la giovane casa editrice romana guidata da Francesca Pace. Acquistando due titoli dal catalogo, sul sito Dark Zone, il terzo è gratis (a scelta dell'acquirente!). Anche la spedizione è gratuita, in tutta Italia.

Sono esclusi i libri di cucina.



Una bella occasione per fare incetta di libri! Alcuni li conoscete già, se siete lettori del blog "i mondi fantastici", come Ostilium, del grande Stefano Mancini (articolo qua), "Dodici porte" di Daisy Franchetto (recensione qua), "Sei pietre bianche" di Daisy Franchetto, "Tre lacrime d'oro", di Daisy Franchetto; "Non devi dormire", i racconti horror di Giacomo Ferraiuolo (recensione qua), "Il pentacolo", dark urban fantasy di Miriam Palombi (articolo qua). Insomma, tanti titoli per tanti generi per tutti i gusti. Approfittatene per riempire la vostra valigia di libri e di sogni! Il sito è questo.

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Dietro le quinte di "Ulfhednar War": gli ulfhednar

Dietro le quinte di "Ulfhednar War": gli ulfhednar

Citati già nel titolo, gli ulfhednar sono i protagonisti della mia saga urban fantasy contemporanea "Ulfhednar War" iniziata con "La guerra dei lupi" (Il Ciliegio Edizioni, 2017). Chi sono costoro? Gli ulfhednar, assieme ai berserkir, sono i guerrieri più fedeli a Odino, il Dio Grigio, signore del pantheon nordico, nella sua versione di Dio della Guerra, cui sono devoti e consacrati nell’anima, al punto da rinunciare alla loro natura umana per ascendere al divino.

Il termine ulfhednar (al singolare: ulfhedinn) è formato dalla radice ulfr (come noto, lupo) e da hedinn, ossia casacca, intesa dalla Isnardi come “corto capo di vestiario senza maniche con cappuccio di pelle”. Una rappresentazione la troviamo in una piastra di bronzo, che probabilmente decorava un elmo, rinvenuta a Torslunda in Oland (Svezia), risalente al V-VI secolo, dove è raffigurato un guerriero con un corpo umano su cui è innestata una testa di lupo; indossa una pelle di lupi e ha persino una coda sporgente. Le sue armi sono spada e lancia, arma sacra a Odino (possessore della celebre lancia Gungnir).


L’indossare pelli di lupo non è prerogativa di questi gruppi guerrieri nordici, lo sappiamo. Basta ricordare Aita, Dio etrusco, i druidi, gli Hirpi Sorani o il troiano Dolone che, nell’Iliade, prima di un combattimento indossa la pelle di un lupo canuto, per assumere le caratteristiche dell’animale. Ciò che è singolare, e unico di questi clan, è il livello di convinzione raggiunta, nonché l’efferatezza delle loro azioni.

I guerrieri-lupo combattono infatti senza armatura, invasi da un furore particolare, quasi sacro, che li rende matti come cani o lupi e forti come orsi o tori selvaggi. Al pari dei berserkir, sono riuniti in clan (vere e proprie sette chiuse) e si sottopongono a riti particolari di iniziazione, assumendo sostanze inebrianti e allucinogene che li rendono indifferenti al dolore fisico, sprofondandoli in uno stato di trance da cui escono liberando tutto il loro furore (la berserksgangr).

Hrafnsmal, la ballata del corvo, antica saga del X secolo attribuita a Thorbjǫrn Hornklofi, li descrive così:
Wolf-skinned they are called. In battle
They bear bloody shields.
Red with blood are their spears when they come to fight.
They form a closed group.

(Estratto da “Chronicles of the Vikings”, di R.I.Page, Toronto, Canada: University of Toronto Press, 1999)

Pelli di lupo, guerrieri indemoniati che non rifuggono la guerra, bensì vi si precipitano, ergendosi spalla contro spalla contro i nemici, reggendo scudi insanguinati. Guerrieri quindi innamorati della guerra, che godono del sangue versato nella mischia, travolti da furia incontenibile, convinti di essere davvero l’animale totemico in cui Odino, tramite lo sciamano, li aveva trasformati (il lupo o, nel caso dei berserkir, l’orso). Giova ricordare che il nome norreno di Odino era Wotan (Woden in sassone), dalla radice wut, che significa appunto furia, e che, oltre a essere Dio della Guerra, era un noto mutaforma, come narrato da Snorri Sturluson nella Saga degli Ynglingar.


Le origini di questa classe di guerrieri-belva affondano nei loro antenati germani. Basta leggere un passo del De origine et situ Germanorum di Tacito (libro XLIII):

“Truci di aspetto, accrescono la loro naturale ferocia con l’arte e con la scelta del tempo. Hanno scudi neri, corpi tinti; per combattere scelgono le notti oscure; il solo orrore di questo esercito di fantasmi semina lo spavento, poiché non vi è nemico che sostenga il loro aspetto straordinario e quasi infernale.”

Anche Bonifacio di Magonza (impegnato nella missione di convertire i pagani al cristianesimo) nell’VIII secolo ribadisce che i germani mutavano in lupo indossandone la pelle e una cintura.

Questa rappresentazione richiama le modalità con cui gli uomini di alcune culture si approcciavano agli animali totemici, per acquisirne la forza e le caratteristiche specifiche. Massimo Cantini ci ricorda che “vestendosi con la pelle rituale, si determinava in sostanza un cambiamento radicale del comportamento, che autorizzava gli adepti a vivere secondo regole del tutto in antitesi con quelle del gruppo civile. La pelle indossata dal combattente era così un modo per trasformarsi in fiera, per acquistare, in virtù delle potenzialità magiche, l’energia bestiale dell’animale incarnato”.


Il passaggio dalla “Germania” alle terre nordiche è naturale, come la commistione a tradizioni sciamaniche di provenienza finnica. Giovanni Pagogna (autore del fantasy “Il trono delle ombre”) in un interessante articolo analizza la società finnica “ancora fortemente tribalizzata e legata alla natura da un rapporto simbiotico, dato che le difficili condizioni della loro terra ostacolavano l’agricoltura e spingevano a uno stile di vita basato su pastorizia nomade di renne e caccia, raccolta e baratto”, per cui gli sciamani “credevano infatti di potersi trasformare in orsi, lupi, renne o pesci, similmente a ciò che tramandano alcune saghe sui primi berserkir e ulfhednar, che combattevano sotto le sembianze del loro animale sacro”.

Ecco quindi l’istituzione di questi clan di guerrieri-belva, probabilmente persone che soffrivano di pesanti squilibri mentali, amplificati dagli sciamani tramite riti di iniziazione che potevano essere anche veri addestramenti militari.  Luca Barbieri li descrive in maniera approfondita nel suo saggio, ponendo l’attenzione sulle modalità di mutamento (quello che, in norreno, è definito hamrammar) dell’hamrammr, ossia di colui che non ha una sola forma, ma può mutarla. Di certo l’iniziato doveva assumere una grande quantità di birra, mescolata a un preparato a base di Amanita muscaria, fungo allucinogeno, e di digitale, generando un beverone energetico le cui origini risalgono alla soma indiana. Grazie a questo, il guerriero veniva invaso da una furia irrefrenabile, perdendo ogni raziocinio, incapace di distinguere tra amici e nemici, incapace persino di comunicare con parole, limitandosi a urlare e ululare. La berserksgangr lo rendeva insensibile alle ferite, portandolo ad azzannare scudi, a prendere tra le fauci carboni ardenti e a gettarsi in battaglia senza temere né il ferro né il fuoco (nella Saga di Vatnsdal i berserkir camminano sul fuoco a piedi nudi!). Uno “spirito di follia” che, come lo descrive Sassone il Grammatico, non può essere arrestato “se non con il sacrificio di una strage umana”.

Ovviamente la berserksgangr aumenta anche la forza del guerriero, al punto che a volte gli ulfhednar e i berserkir vengono descritti come giganti, come dei troll, nelle saghe. Tutti elementi che poi hanno contribuito al diffondersi della successiva mitologia “licantropica”.

Al termine dello scontro, esaurita la carica adrenalinica, il guerriero era travolto da una spossatezza improvvisa, costretto ad accasciarsi in mezzo al campo di battaglia. Qualcuno soffriva di amnesia, dimenticando quindi la strage appena compiuta, altri invece morivano d’infarto per l’eccezionale sforzo sostenuto. Dopo i fasti della guerra, subentrava la disabilità.

What people say about shape-changers or those who go into berserk fits is this: that as long as they're in the frenzy they're so strong that nothing is too much for them, but as soon as they're out of it they become much weaker than normal. That's how it was with Kveldulfr; as soon as the frenzy left him he felt so worn out by the battle he'd been fighting, and grew so weak as a result of it all that he had to take to his bed.
(Dalla Saga di Egill Skallagrimsson)

Questo sacro furore i romani lo battezzarono furor teutonicus e lo disprezzavano, in quanto la furia era opposta alla gravitas, l’insieme dei loro valori di disciplina, controllo di sé e impeccabilità. La furia rendeva gli uomini delle bestie, azzerando la loro dignità e sprofondandoli verso gli istinti più primordiali e incontrollati (quanto? dipendeva dalle capacità dello sciamano di istillare tale convinzione nella mente degli iniziati). All’inizio questi clan erano guardati con ammirazione, quasi fossero i depositari della sapienza guerriera e del furore divino, poi con l’avvento del Cristianesimo le genti del nord mutarono il loro atteggiamento verso i “consacrati a Odino”, che vennero etichettati come pazzi indemoniati, malati di mente o addirittura servi del demonio.

La crociata contro il paganesimo spinse gli appartenenti ai clan degli uomini-belva a isolarsi, cacciati dalle comunità di origine e forzati a rifugiarsi in ambienti solitari e ostili, come fitte foreste o caverne, dove potevano dare libero sfogo alla berserksgangr. Da qua sarebbero nati i racconti e le leggende, narrati dai viandanti e dai pellegrini, su branchi di feroci uomini-lupo che abitavano le foreste del nord, le antesignane delle leggende sui licantropi e sui “lupi cattivi”.


Nasce anche il collegamento tra lupo e uomo malvagio, quello che viene considerato il reietto, l’espulso dalla società, destinato a vagare come un animale. Wargus, in latino medievale, prese a indicare il lupo, un suono simile ai termini con cui venivano chiamati coloro che, per delitti comuni, venivano allontanati e esiliati dalle comunità, i malfattori o fuorilegge: warag, in sassone, vargr, in norreno, warc in tedesco. Il termine andò ad affiancarsi al tradizionale ulfr, in norreno.

Nella già citata Saga dei Voslunghi, Sigi si macchia di un delitto disonorevole e viene definito “vargr i verum”, ossia “lupo nei luoghi sacri”, nemico di uomini e Dei. La Isnardi ci ricorda il caso del vargtré, l’albero del lupo, che è quello a cui “venivano impiccati i malfattori o quello su cui accanto alla forca di un condannato veniva impiccato un lupo”.

Molti elementi della tradizione nordica compaiono in "Ulfhednar War", come la berserksgangr e il legame totemico tra uomo e lupo. Da notare, però, che nel mio romanzo gli ulfhednar diventano effettivamente degli uomini-lupo, ossia possono mutare da uomo a lupo, condizione che nella mitologia nordica era riservata ai licantropi, indicati con il termine vargulfr. Volete conoscere qualche ulfhednar? Magari Daniel e sua sorella Marina, Markus e Raul? Scoprite allora "La guerra dei lupi", su tutti gli store di libri! Buona lettura!